Il 2005 è stato l’ultimo anno davvero importante per il Rock

L’assolutismo non mi ha mai granché entusiasmato. Tuttavia ogni tanto è necessario sparare qualche sentenza dando l’impressione che la stessa sia poco discutibile. Nel caso dell’innocua, ma non per questo poco appassionante, analisi critica della storia della Musica, mi ha da sempre affascinato rintracciare quei momenti che hanno segnato determinate epoche, provocato cambiamenti, oppure cristallizzato a imperitura memoria un momento o un accadimento.

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Avendo scandagliato più volte in passato il nuovo millennio, ho spesso perso tempo a spiegare come si sia modificato il pubblico di certi concerti o direttamente perché il Rock in realtà non morirà mai, potendo contare su un retaggio e una schiera di appassionati molto più numerosa di quanto in realtà vogliano farci credere i comunicatori devoti all’estetica di trend estemporanei e mode, che massimizzano i ricavi già esigui di un settore smarrito assai prima del disastroso diffondersi del Covid-19 in tutto il mondo.

Nonostante questo mi è impossibile non rendermi conto di come, da un certo momento in poi, le uscite discografiche e le effettive annate importanti per il genere siano andate nettamente e inesorabilmente affievolendosi, lasciando dietro a sè un vuoto generazionale difficilmente colmabile. Fatta questa doverosa e noiosissima, se avete meno di 30 anni, premessa, eccomi al titolo della trattazione.

Il 2005 è stato davvero, ragionandoci a posteriori, l’ultimo anno in cui la musica rock, e relativi adepti, abbiano realmente potuto godere di una serie di album e di eventi clamorosi capitati nell’arco di 365 giorni. E no, in quei tempi (avevo 25 anni) non ci si rendeva conto di quanto si fosse fortunati a godersi un’epoca del genere. Abituati a rifugiarci oggi in reunion di gruppi storici e ad aggiornare un piano editoriale fatto solamente di amarcord e ricorrenze, è realmente devastante riguardare cosa usciva esattamente 15 anni fa.

Benché il mondo fosse già dominato dall’hip hop e dal pop in senso lato (volete qualche nome? Demon Days dei Gorillaz o The Massacre di 50 Cent e Late Registration di Kanye West, oltre agli album di The Game, Lil Wayne e Chris Brown, senza dimenticare Shakira con Fixation Oral e Rebirth di J-Lo e infine le milionate di copie vendute da PCD delle Pussycat Dolls), le chitarre erano ancora fondamentali per la buona riuscita di un disco. Ve lo giuro. E anche in Italia, pur con le inevitabili concessioni al “bel canto” classicamente inteso, Negramaro e Le Vibrazioni le inserivano eccome negli assai celebrati Mentre tutto scorre e II, Ballate per piccole iene confermava l’abilità degli Afterhours e nel frattempo Jovanotti (Buon sangue) e Cremonini (Maggese) continuavano ad accrescere il proprio seguito preparandosi alla debordante esplosione nel mainstream nazionale che avverrà da qui a un lustro.

Ancora scevra dal dominio del rap insomma (ma attenzione Noyz Narcos pubblica proprio nel 2005 Non dormire e Fibra aveva già iniziato nel 2004 a cambiare le regole del gioco con Mr.Simpatia), l’Italia ascoltava con interesse anche le sonorità “nuove” de La malavita dei Baustelle e Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione) degli Offlaga Disco Pax, interessandosi sempre in misura maggiore a quanto arrivava dal Regno Unito grazie a Editors (The Back Room), Bloc Party (Silent Alarm), Kaiser Chiefs (Employment), The National (Alligator) e Franz Ferdinand (You Could Have It So Much Better). Gli Oasis erano ancora in pista con Don’t Believe the Truth, i Depeche Mode sbancavano ancora con Playing the Angel, il Belpaese scopriva X&Y dei Coldplay e comprava a manetta Intensive Care di Robbie Williams.

Ma, insomma, diciamocelo: era il Rock a dominare. Una serie di pubblicazioni che ribollivano di creatività, che riprendevano sonorità settantiane celebrandole, che vedevano i dinosauri del genere ancora con le idee ben chiare e tutta una serie di filoni collegati (dall’emo al pop-punk fino al metalcore, dall’hard & heavy fino al garage rock) che sembravano non volerne sapere di arrestare il proprio fluire.

Dal rock classico fino all’hard rock, passando per quello “da classifica” e quello pensato esplicitamente per far colpo sui più giovani, la proposta del genere più amato era spaventosa. Il Rock, nonostante il file sharing illegale e iTunes, godeva di ottima salute. Pensate un attimo anche al contesto digitale in cui tutto questo accadeva. MySpace dominava tra i social network. Facebook iniziava forse nel 2005 a mettere il naso fuori dagli States e YouTube apriva i battenti proprio quest’anno.

Sui cellulari si andava al massimo di Summer Card per esser sicuri di aver sempre sms infiniti da potersi mandare per ritrovarsi alla fine dei tanti magnifici concerti a cui si partecipava: da un colossale Heineken Jammin’ Festival con R.E.M., Oasis (sì, quando Liam lasciò il palco a 4 pezzi dalla fine), Green Day e Velvet Revolver, al Gods of Metal con Iron Maiden (in tour con The Early Days e con solo pezzi dai primi 4 dischi in scaletta) e la reunion dei Motley Crue. Dalle date degli U2 negli stadi alla prima italiana in un palazzetto dei Rammstein, fino all’inaspettata e attesissima mini leg italiana dei Queen + Paul Rodgers, o ancora il primo Campovolo del Liga e l’esordio dell’Evolution Fest.
Nota a margine: nel 2005 si tenne un nuovo Live Aid e, per l’ultima volta, i Pink Floyd suonarono nuovamente sullo stesso palco. Giusto per ribadire che razza di anno fu quello di cui stiamo parlando: insomma la viral top 50 di Spotify, Instagram e le patetiche clip di Tik Tok erano uno spauracchio nemmeno lontanamente ipotizzabile.

GLI ALBUM

Suonare peso significava mandare i dischi al primo posto in classifica, avere i video in heavy rotation e potersi permettere di programmare tour in tutto il mondo. Il 2005 sarà l’ultimo anno a presentare tra le uscite album di colossi come Rolling Stones, Paul McCartney, Bruce Springsteen, Eels, Bon Jovi e Billy Idol insieme a forze dirompenti in crescita inarrestabile come Foo Fighters, Audioslave, The Darkness, Wolfmother, The White Stripes, Queens of the Stone Age e Nine Inch Nails.

Tuttavia non si viveva solo di classic rock e hard rock: l’exploit degli oramai giganteschi (tanto che da questo momento in poi camperanno esclusivamente di rendita organizzando reunion tour ogni 3 anni) System Of A Down con il doppio Mezmerize/Hypnotize (uscito il primo a maggio, il secondo a novembre) fu clamoroso, tanto quanto l’esplosione del fenomeno Jared Leto coi suoi 30 Seconds To Mars tra i teenager. Negli States i Nickelback consolidavano il loro status di radio rock band per eccellenza con All The Right Reasons (un mastodonte da 8 milioni di copie vendute), mentre i Fall Out Boy (nell’anno in cui usciva il debutto dei Paramore tra l’altro), incidevano un lavoro simbolo dell’ondata emo-pop/pop-punk che travolse milioni di adolescenti (nel 2006 i My Chemical Romance incideranno The Black Parade, definito da molti il Nevermind di questa scena…ma questa è un’altra storia).

L’heavy metal godeva sia di nuove giovinezze capitate a band storiche (Judas Priest, Bruce Dickinson, Iommi/Hughes sul versante classico, Exodus e Kreator su quello più estremo), sia del decesso del nu-metal (corrente oramai esaurita già da un paio d’anni abbondanti in realtà) e dalle conferme di act esperti come Dream Theater, Nevermore, Meshuggah, Opeth e Disturbed.

Ma c’era anche altro.
Già dai primi Duemila, il successo del metalcore e del metalcore più melodico (influenzato dal Goteburg sound e dal melodeath) diventò il nuovo trend imperante. Se Lamb Of God, Hatebreed e Shadows Fall diedero in pasto all’underground il filone New Wave of American Heavy Metal (stabilitosi nei 90ies grazie a Pantera, Biohazard, e Machine Head – in molti inseriscono anche Korn e Deftones tra i padri fondatori), i Killswitch Engage mostrarono la strada a un sacco di band che dal 2005 in poi, irrompe a livello mainstream negli stereo e sui video degli adolescenti di tutto il mondo. E anche dei venticinquenni italiani nel mio caso.

Del metalcore ho già parlato in abbondanza qui, ma l’onda del 2005 va per lo meno celebrata a dovere citando quanto meno l’esordio dei Bullet For My Valentine (The Poison) e l’affermazione di As I Lay Dying (Shadows Are Security), Avenged Sevenfold (City of Evil) e Trivium (Ascendancy). Ma anche gli esordi di Protest The Hero (Kezia, tra l’altro primo degno erede di The Trees Are Dead & Dried Out Wait for Something Wild dei SikTh del 2003) e August Burns Red (Thrill Seeker), così come l’evoluzione dei geniali Between The Buried and Me (Alaska), garantiranno negli anni a venire un flusso continuo di musica -core coniugata con quanti più generi classicamente heavy possibili. In questo, la celebrazione del concertone per il 25ennale della Roadrunner, è un’ideale passaggio di testimone in cui gli Slipknot appaiono già allora dei veterani nonché risorsa fondamentale per un intera nuova generazione di metalheads.

Di carne al fuoco ce ne è anche troppa, come dimostrano le due playlist (una sopra, una qui sotto) da 70 pezzi complessivi. Ma per una volta vale sicuramente la pena fare indigestione. Oltre a non formalizzarsi per eventuali mancanze (ma de che poi) o per gli accostamenti tra sonorità sì distanti, ma tutte appartenenti a un’unica riconoscibile matrice: la musica buona.

About the author

JC

Classe 1980. Giornalista pubblicista dal 2005. Digital Strategist e Papà Metallaro dal 2012. Malato di Musica da sempre. Ho lavorato per Onstage Magazine (2011-2020) e fondato Outune.net (2006-2016).

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