Il mondo ha un grosso problema con i social network

Ciò che è successo ieri negli States è solamente l’ennesima riprova di come, vista l’assenza di regole ben precise, i social network siano diventati in realtà il cuore di quel Millennium Bug di cui, chi ha diverse primavere sulle spalle, si ricorderà bene.

All’epoca ci furono oltre due anni di preparazione e di misure preventive messe in atto tempestivamente per scongiurare gli imprevedibili danni di quel difetto informatico che, nel momento in cui il cambio di data tra il 31 dicembre 1999 e il 1° gennaio 2000 sarebbe diventato effettivo, avrebbe potuto far impantanare gli elaboratori di tutto il mondo.

Per quanto i social network abbiano preso piede in tutto il pianeta circa 10 anni dopo, e dato che il Millennium Bug era sostanzialmente un problema riconducibile ai byte di memoria di cui disponevano ai tempi i sistemi informatici, le possibilità di traduzione del termine “Bug” mi hanno convinto da tempo che quella potenziale catastrofe informatica stia effettivamente avvenendo oggigiorno.

E non si tratta di una catastrofe che causa perdita di dati, down di siti o danneggiamento di database. Bensì di una catastrofe che coinvolge non solo la mente di miliardi di persone, ma che determina la quotidianità del mondo a ogni livello: dalle elezioni politiche alla sanità, dalla società all’economia, dal senso civico all’analisi critica.

L’evoluzione di smartphone sempre più performanti, nonché dominanti nel nostro quotidiano, e il perfezionamento degli algoritmi che regolano le social app installate di default su di essi, hanno progressivamente sostituito non solo gli organi di informazione (ufficiale e indipendente). Ma hanno convinto una marea di individui di possedere la verità incontrovertibile su una smisurata quantità di problematiche di varia natura.

Se vent’anni fa ci si prodigò in ogni modo per contenere i possibili danni che il cambio di millennio avrebbe potuto causare nei computer, dal 2010 in poi una marea di denaro (privato ma anche pubblico) è stato invece speso per potenziare la presenza sui social network di politici e aziende di ogni tipo. I risultati di questo cambiamento inizialmente difficilmente avvertibile, e ora non più controllabile, sono, dopo l’assalto al Congresso di Washington di ieri, sotto gli occhi di tutti.

E la tragicità di una situazione, come poc’anzi asserito, non più gestibile nel breve/medio periodo, non sarà in ogni caso percepita come tale dalle autorità e tanto quanto dalla maggior parte degli utilizzatori dei social media stessi. Utilizzatori che ignorano ovviamente da sempre la quantità di denaro che circola dietro al loro fornire liberamente i propri dati sensibili (nonché foto e video privati) a multinazionali che diventano legittimamente proprietari di dati, immagini, contenuti nel momento in cui questi vengono pubblicati sulle loro proprietà digitali. Che ignorano come in realtà il loro modo di pensare e di percepire la quotidianità sia stato progressivamente modificato in base a quel che postano e quel che leggono sui social network stessi.
Che sono completamente assuefatti a un’esistenza che prima pensa a come mantenere credibile l’immagine che ci si è costruiti sulle piattaforme virtuali, quindi a sbarcare il lunario.
Per tacere di come imprenditoria e interi settori produttivi, abbiano, senza pensarci due volte, concentrato nel tempo la maggior parte di business e attività su piattaforme che non potranno mai controllare.

In tutto questo la polarizzazione delle opinioni su qualsiasi argomento di discussione è una conseguenza inevitabile e, anzi, necessaria per la migliore fruizione possibile della propria esistenza social. Tutto questo, per tagliare corto, ha portato ieri migliaia di persone prima a organizzarsi (sui social, appunto), quindi all’essere disposte ad armarsi e invadere un luogo di potere (teoricamente controllato da forze dell’ordine che non dovrebbero permettere l’accesso a chi non sia autorizzato) per protestare contro un’elezione truccata. Le prove dell’elezione truccata? Be’, chiedetele ai social network!

Non si tratta più di definire semplici fake news le prove che vengono portate a sostegno di tesi infondate. Per milioni di persone le fake news sono la verità. Notizie, prove, evidenze che, nel caso in cui non siano conformi a quanto crede il singolo cittadino, sono oramai diventate completamente inattendibili per le persone stesse. Si è completato il giro in sostanza: oramai l’informazione documentata e sostenuta da fatti reali è falsa, quella che asseconda le nostre idee e le nostre opinioni è quella vera.

Questa realtà, che dovrebbe suonare quantomeno improbabile a chiunque sia dotato di minimo raziocinio, è la spaventosa normalità del mondo nell’appena iniziato 2021. E’ la normalità che contraddistingue da tempo qualsiasi ambito della nostra quotidianità. Una normalità in cui un virus diffusosi a velocità supersonica in tutto il mondo che ha causato milioni di morti è, per una larga parte di persone, una fake news, una montatura, un’invenzione. La normalità in cui revenge porn e insulti aprioristici scritti sotto ogni post sono soltanto altre due derive di una società che non è più in grado di controllare se stessa.

Le petizioni online spopolano, gli asterischi alla fine delle parole che puntano a non “offendere” nessuno anche. Nel frattempo metà mondo (o forse di più?) si è oramai abituato a vivere secondo una realtà che viene profilata in base alle proprie idee, anche le più abominevoli e irrivelabili agli amici nemmeno in fase di ubriachezza acuta.

Ha senso parlare di democrazia quando siamo di fronte a una situazione in cui delle app digitali portano il singolo a ragionare in termini assoluti, incontrovertibili, irrazionali e inattaccabili?

Quanto tempo dovrà ancora passare prima che l’Unione Europea o lo Stato di diritto ponga dei limiti a strumenti che hanno modificato a tal punto la mente (già di suo labile e scarsamente acculturata) di una moltitudine di persone variegata e globalizzata?
Per quanto tempo ancora l’informazione stessa non prenderà posizione smettendo di abusare del click baiting sui social come prassi editoriale e tornando a utilizzare primariamente il proprio sito di proprietà – per il quale si è tra l’altro responsabili civilmente e penalmente nel momento in cui vengano diffuse informazioni non verificate – nell’esercizio della propria attività?
La libertà di pensiero e di parola può ancora a lungo rimanere sacra di fronte ad azioni al di fuori della legge?

Non siamo più nel momento in cui non si percepisce la differenza tra realtà virtuale e realtà fattuale. Siamo nel momento in cui la realtà fattuale subisce negli accadimenti ciò che la realtà virtuale prefigura nelle menti delle persone. Probabilmente è già troppo tardi per agire. Il dramma vero è che non lo abbiamo ancora compreso davvero.

About the author

JC

Classe 1980. Giornalista pubblicista dal 2005. Digital Strategist e Papà Metallaro dal 2012. Malato di Musica da sempre. Ho lavorato per Onstage Magazine (2011-2020) e fondato Outune.net (2006-2016).

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