Webzine musicali. Perché è sempre la solita storia. Da anni.

Visto che, passando gli anni, la pazienza nello spiegare le cose diminuisce sempre di più, ho iniziato a fare dei podcast dove parlo delle webzine. Musicali in particolare. Una sorta di analisi ad ampio spettro di una situazione che, per lo meno negli ultimi vent’anni, si è evoluta molto poco rispetto a quanto avrebbe dovuto. Potuto magari no, perché sul riuscire a creare modelli sostenibili che vadano oltre il semplice “hobby” richiede molti più attori coinvolti nella trattazione.

Ma resta il fatto che l’immagina che si ha da fuori di questo mondo, oltre all’immagine che chi alimenta l’80% delle webze stesse nei ritagli di tempo che riesce a ricavarsi dal lavoro ufficiale (non preoccupatevi, con questa schifosa pandemia di tempo purtroppo ne avremo a disposizione sempre di più di qui a poco), fornisce all’esterno.

La verità è che non gira una lira, che il mercato pubblicitario è sempre più assottigliato e quei pochi che rimangono in piedi, riescono a farlo solo perché hanno diversificato il business per tempo, attuano progetti speciali dedicati alle testate online, e destinano una buona parte di fatturati a coprire un settore che non ha futuro (ma neanche troppo passato a essere onesti).

A parte questo, qualche esempio effettivamente valido è esistito ed esiste ancora. Le regole per fare una webza che si mantenga almeno coprendo le spese vive di hosting e permetta a chi ci dedica tempo e denaro di togliersi qualche sfizio ci sono. Solo che non ve le ha mai spiegate bene nessuno.

PARTE 1

PARTE 2

PARTE 3

About the author

JC

Classe 1980. Giornalista pubblicista dal 2005. Digital Strategist e Papà Metallaro dal 2012. Malato di Musica da sempre. Ho lavorato per Onstage Magazine (2011-2020) e fondato Outune.net (2006-2016).

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