La necessità della divulgazione

Non è semplicissimo dare una spiegazione sintetica del perché all’alba dei 39 anni compiuti abbia voluto farmi il blogghettino personale.

Sostanzialmente, diciamo da un lustro a questa parte, ho sentito l’assoluta necessità di fare in modo che la mia voce fosse sentita, letta e vista in ogni modo possibile. Non tanto quella di una testata che ho creato e alimentato per anni, nemmeno quella del brand che attualmente dirigo. Ma proprio la mia.

Perché in un mondo dove tutto è soggettivo, dove chiunque ha la possibilità di ciarlare in merito ad argomenti che non conosce, dove la ragione e il senso critico oramai sono scomparsi da tempo, dove (ultimo “dove”, lo giuro) la vita vera è quella che viene mostrata su Instagram nel tentativo di dimenticarci difficoltà, insicurezze e incapacità assortite, credo sia fondamentale che ognuno di noi provi quanto meno a diffondere del sapere su ciò che conosce meglio.

Concetto sfiga lo capisco, fuori dal tempo e sicuramente legato alla mia età e al fastidio oramai intollerabile che mi provoca questa modalità in cui tutti sono competenti su materie che nemmeno lontanamente conoscono (clic qui per approfondimenti sul disturbo). Senza addentrarmi troppo su questioni legate a salute, politica, economia, senso civico e quant’altro, ho pensato che, dopo quasi vent’anni di lavoro qualcosina a livello di musica, web, adv online, informatica e dintorni (magari anche di calcio, wrestling, videogames, auto e treni ma vediamo se mi andrà) potessi effettivamente saperne.

Inoltre un giornalista non può pensare (a dire il vero non poteva pensarlo nemmeno dieci anni fa) di non essere presente online in ogni modo possibile, non solo come firma o parte di un organigramma, ma proprio in prima persona. E non regge dire “non mi interessa”, “non lo trovo corretto”, “non sono capace”, “non ho i soldi / non ho tempo” etc.

Dato che non ho alcun obiettivo in termini di visite e di fatturato, la possibilità di ciarlare, fare video, ricordare cose bellissime (e orrende) che hanno segnato la mia esistenza professionale e (in parte) privata, è la cosa più bella che posso ritrovarmi a fare nei ritagli di tempo o nei viaggi in auto.

Se poi anche solo uno dovesse trovare interessante quanto dico o scrivo e si sentisse stimolato ad ascoltare un particolare genere, gruppo, canzone, o anche solo fosse motivato ad agire in determinati modi meglio ancora. Se così non fosse poco male. Dopo tutto MyA è soprattutto per me stesso. Una zona dove posso guardarmi indietro e notare che nel 2020 avrò (40 anni e) alle spalle 25 anni di concerti e 15 anni di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.

Concludo: non aspettate MAI prima di (provare a) fare qualcosa di creativo, innovativo, folle, specialmente in ambito lavorativo. Il tempo non aspetta nessuno, il mercato del lavoro odierno è moribondo, le vostre passioni hanno oggi ogni strumento tecnologico e di condivisione possibile per far vedere in giro (e dimostrare a voi stessi senza aver alcuna paura) che valete qualcosa e che vivete per qualcosa. Inoltre, la maggior parte di chi è mediaticamente molto più esposto di voi, di ciò che riguarda il vostro campo sa forse un quarto di ciò che sapete voi. Fategliela vedere.

About the author

JC

Classe 1980. Giornalista pubblicista dal 2005. Digital Strategist e Papà Metallaro dal 2012. Malato di Musica da sempre. Ho lavorato per Onstage Magazine (2011-2020) e fondato Outune.net (2006-2016).

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