Il buonsenso, la competenza e la paura di difendere i propri valori

Da diverso tempo, nel totale disinteresse di Istituzioni e multinazionali del click, si è creata una situazione surreale.
Le persone competenti in una determinata materia non riescono più a comunicare. A veicolare messaggi, a imporre la propria conoscenza, a divulgare nozioni e impartire lezioni fondamentali.
Anni di lassismo, di equiparazione verso il basso di intelligenze e capacità singole, di paura di toccare minoranze, caste o strati sociali, il terrore di non essere politicamente corretti, hanno fatto sì che l’ignoranza, l’arroganza e l’aggressività diventassero la base per imporre idee, istituire dogmi, cancellare ogni residua apparenza di senso critico.

Non esiste più la discussione, non sono consentiti ragionamenti, non è possibile mediare e tanto meno ipotizzare di trovare qualcuno disposto a sostenere una qualsiasi forma di dialogo costruttivo.
Analfabetismo funzionale, pochi secondi di celebrità, società dell’immagine e delle vite fittizie: il mondo contemporaneo travolto dalla pandemia di Coronavirus si scopre non solo dilaniato a livello sanitario, ma anche nella comunicazione, nella quotidianità, mentre constata la desolante scomparsa della cultura tra i valori fondanti di una società civile dall’Illuminismo allo scorso secolo.

La guerra tra poveri, il tutti contro tutti obbligato e base di ogni situazione, la difesa di un orticello infestato di diserbanti che produce cibo nocivo nel breve e medio termine. La paura di scoprirsi incompetenti, il non accettare che molto probabilmente si occupa un posto di lavoro per favoritismi, per logiche che vanno oltre l’effettivo merito. Un sistema oramai in stadio terminale da tempo che va inevitabilmente / andrà inevitabilmente a disintegrarsi nei prossimi mesi, portando con sé non solo crisi economiche e sociali che non si vedevano dal post 1945.

A tutto questo si accosta un’informazione che ha dimenticato oramai da tempo il significato di “informare in modo imparziale”: lo svolgere una critica onesta, non preconfezionata, pensata invece in primis per non offendere troppo nessuno, in modo da non toccare gli interessi di un settore in caduta libera dal punto di vista degli investimenti. Un settore che non ha mai saputo affrontare il digitale, mai cercando di comprenderne prima le dinamiche, piuttosto che rincorrere il click e le vanity metrics, inseguendo trend e prime mover in maniera ostinata e controproducente, sconfessando un’identità magari costruita in anni di lavoro.

Una situazione irrecuperabile e che, conseguentemente ha sia creato una disaffezione di quei (pochi) lettori che seguivano un media in quanto si identificavano nella modalità con cui questo presentava e trattava tematiche e contenuti, sia permesso che una massa mentalmente deforme, prendesse il possesso di commenti (del sito e delle estensioni social dei brand, delle pagine di artisti, Istituzioni e quant’altro) e vomitasse quotidianamente odio, risentimento, frasi inutili e sgrammaticate senza mai (sottolineare bene questo MAI) andare oltre il titolo e la foto di un post. Figuriamoci aprire, leggere e soprattutto comprendere il senso di un articolo o anche solo di un copy più lungo di 3 righe.

Tiziano Ferro domenica sera (12 aprile 2020, metto la data per i posteri) ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’entertainment, parlando di come sia inevitabile un decreto che dica fino a quando non si potranno tenere eventi pubblici, quali ammortizzatori sociali saranno messi in campo per tutti gli operatori che lavorano dietro a un concerto e per far sì che questo si possa svolgere. Rivendicando il diritto di decine di migliaia di lavoratori del settore ad avere risposte. Manco a dirlo, puntuale è giunto il diluvio di commenti dei tuttologi da tastiera, la massa mentalmente deforme di cui sopra, che da sempre non perde occasione di massacrare tutto quanto non comprende. Ignorando che la non ripresa di eventi pubblici coinciderà parimenti con la mancata riapertura di discoteche e pub nei quali, con ampia probabilità, loro o i rispettivi figli non vedono l’ora di andare a spaccarsi.

Innegabile lasciar fuori da questo pezzo le responsabilità che anche noi, menti indubitabilmente superiori, abbiamo. Quante volte si è lasciato correre per evitare di litigare, perdere tempo e incazzarsi con quelli che magari sono amici di una vita e si sono scoperti da poco esperti in medicina, economia, musica e sport? Per tacere dei compromessi che da anni si accettano sul lavoro, con colleghi, addetti ai lavori esterni, rappresentanti di categoria e via discorrendo. Questa parte, che liquido (sbagliando) in poche parole, ha avuto comunque un ruolo fondamentale nel determinare questa situazione senza ritorno.

Evelyn Beatrice Hall scrisse a inizio Novecento “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”. Oggi forse potrebbe essere conveniente modificarla in “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il mio diritto di non farvelo dire e ricacciarvi in gola ogni puttanata fuori posto“. O qualcosa di simile insomma. Sarebbe comunque una partenza di una nuova era. Sicuramente migliore di quella che ci lasceremo alle spalle.

About the author

JC

Classe 1980. Giornalista pubblicista dal 2005. Digital Strategist e Papà Metallaro dal 2012. Malato di Musica da sempre. Ho lavorato per Onstage Magazine (2011-2020) e fondato Outune.net (2006-2016).

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