Il Festival di Sanremo e la dignità

Andiamo su. Ma davvero qualcuno là fuori crede che salti il Festival di Sanremo? L’appuntamento clou per la musica italiana e per 10, 15, 20 milioni di persone ogni sera?
C’è innanzitutto la questione economica. Il denaro che ogni anno sborsano gli sponsor per apparire durante la trasmissione e/o comprandosi passaggi pubblicitari tra le esibizioni su Raiuno. Quindi tutti quelli che vestono i cantanti, conduttori, ospiti e via dicendo. Provate a pensare tra moda, gioielli e quant’altro cosa possa girare intorno a un evento del genere.


Evento che non va su quelle bellissime piattaforme di cui siamo schiavi da 10 anni. No, i social c’entrano niente. Sanremo va in tv, e in tv la pubblicità concentra ancora la stragrande maggioranza degli investimenti. Sui social c’è invece la massa totale di commenti e reazioni, articoli, meme, video virali eccetera eccetera. Tutto prodotto da chi, alla fine, guarda il Festival e non può vivere senza. Allo stesso modo in cui non può vivere senza i reality, i talent show, il trash televisivo. Perché Sanremo non lo guarda mai nessuno, lo criticano tutti…e poi fa i record di ascolti. Un po’ come Silvio: nessuno lo votava mai, eppure ha governato per 20 anni.

Pensate poi alla questione visibilità: chi può garantire a un artista italiano di esibirsi davanti a milioni e milioni di spettatori televisivi per cinque giorni consecutivi?  Per tacere del fatto che i media non parleranno d’altro per le settimane antecedenti l’evento. Oltre alle ospitate che ne conseguiranno nei bellissimi talk show della domenica pomeriggio (gli stessi da 30 anni e gli stessi che, 30 anni dopo, fanno record d’ascolti e di reaction sui social).
Chissenefrega poi se gli album non li comprerà – ops – ascolterà nessuno online e nelle classifiche nemmeno comparirà l’80% dei partecipanti al Festival.
La visibilità riguarda anche i media, chi fa cronaca, chi parla di musica e generalmente vuole fare visite, aumentare le numeriche. E’ sempre successo che – escludendo il periodo estivo giugno-luglio quando chi scriveva di concerti faceva ottimi numeri – il momento migliore per massimizzare gli introiti adv grazie a page views e interazioni social fosse, appunto, quello del Festival.
Vuoi mettere infine la possibilità di mostrare a tutti quei rompiscatole degli “addetti alla filiera della musica live” che la cultura non si ferma? Che un sacco di professionisti lavoreranno al Festival grazie al “Servizio Pubblico” e via discorrendo? Chiaro. Bravi. Evviva.

Relativamente alla questione morale: già fa distruggere dalle risate isteriche parlare di “questione morale” in Italia. Paese ipocrita, fallito, arrugginito e vecchio (ma attenzione, i giovani sono almeno per la metà tali e quali ai vecchi che tanto criticano nella sostanza e nella realtà quotidiana, anche se scrivono le parole con gli asterischi per apparire moderni), in cui conta da sempre una cosa: “chiagni e fotti” è da tempo il manifesto sotto il quale accomunare l’abitudine di salvaguardare le apparenze a ogni costo, per poi agire nel modo più spregiudicato possibile per perseguire i propri interessi. E se questi vanno a infangare la memoria di oltre 80.000 morti, e a sputare in faccia a chi non lavora da un anno pazienza: basterà qualche altra proroga alla cassa integrazione e un po’ di reddito d’emergenza per tenere tranquilli anche quelli che, pur lamentandosi sui social e firmando petizioni, alla fine faranno parte della nutritissima platea degli spettatori del Festival.

La questione concerti (o teatri, cinema e quel che vi pare) è assolutamente insignificante per il Paese. Lo si era capito già l’estate scorsa, quando di fronte a villaggi vacanze con trenini assortiti e discoteche stracolme di persone, gli eventi dal vivo potevano avere un numero di spettatori limitato e, il pazzo che decideva di organizzarli, doveva osservare una serie di misure preventive che nemmeno a Guantánamo. Vedere che i figuranti delle trasmissioni televisive sono già da tempo autorizzati (e si parla di 300/400 persone presenti – in un teatro chiuso ogni sera – per Sanremo), è già di suo un ennesimo schiaffone colossale in faccia a chi crede che un giorno si potranno tornare a fare concerti, eventi, proiezioni senza restrizioni.

Io a Sanremo ci sono stato come inviato (una sola volta, nel 2014), ci ho mandato gente accreditandola (tra il 2010 e il 2020), ne ho ovviamente scritto e fatto in modo che se ne parlasse sulle testate per cui lavoravo o che coordinavo. Non è tollerabile però oggi passare sopra al fatto di vivere in un’epoca storica in cui, fino ad ora, un virus ha ammazzato oltre 2 milioni di persone in tutto il mondo.
Sono state rinviate le Olimpiadi, cerimonie ed eventi di ogni tipo, gli sport professionistici si svolgono a porte chiuse, sono stati fermati e praticamente cancellati interi settori produttivi. Il fatto che nessuno abbia avuto fino a questo momento il coraggio di scrivere nero su bianco, firmandosi senza nascondersi dietro dichiarazioni altrui o petizioni online, che sia una vergogna inaudita non rinviare quest’edizione, conferma come oramai si siano definitivamente smarriti senno e dignità.

Credit cover story: Jose Antonio – Opera propria – https://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Sanremo#/media/File:Festival_di_Sanremo_16_febbraio_2013.JPG

About the author

JC

Classe 1980. Giornalista pubblicista dal 2005. Digital Strategist e Papà Metallaro dal 2012. Malato di Musica da sempre. Ho lavorato per Onstage Magazine (2011-2020) e fondato Outune.net (2006-2016).

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