Musicologia, streaming, app e la voglia di non rischiare mai

Non è che dopo la pandemia cambieranno chissà quante cose. Una sicuramente, ovvero che il lavoro diventerà una chimera. Le retribuzioni (quelle che rimarranno) saranno inevitabilmente ridotte e via di ottimismo sfrenato.

A parte la sfiga disumana, sto sfruttando questo periodo di stop obbligato per smanettare su varie app di editing, robe di grafica, di video, strumenti online per streammare con più persone e via discorrendo.

Sono cose che esistono da diversi anni a dire il vero, mea culpa non essermici messo prima, ho sicuramente perso una marea di treni in tal senso. Quel che mi domando però, è come minchia sia possibile che solo ora il mondo si accorga di queste possibilità. Di strumenti sui quali si impiega anche poco a prenderci la mano.

Con il lockdown gli artisti hanno scoperto le dirette su Instagram. Hanno permesso a a giornalisti e fan di parlare con loro in diretta. Wow. A onor del vero con molti si poteva fare anche prima. Ma molto spesso queste cose accadevano solamente in determinati periodi promozionali. Fare delle dirette da luoghi di live era accettato solo se erano davvero particolari o mostrassero cose incredibili. E mi raccomando, occhio a non apparire troppo fuori moda quando sei live.

Sono due anni che faccio queste cose. Quasi sempre sui miei canali. Ma vedo che in giro non ci sono grosse differenze. Anzi, molto spesso sono stato sempre io il pioniere di un determinato modo di fare comunicazione.

Perché per quanto mi diverta un sacco bermi l’amaro a notte fonda dopo un concerto e andare live a sbiascicare quattro cose, è una modalità che penso diventerà la norma nel brevissimo. Il contatto frequente e continuato con il proprio pubblico, ampio o piccolissimo che sia, è destinato a diventare una costante in tempi in cui il contatto fisico inevitabilmente sarà sempre più complicato da attuare.

Dopo sto pippottone torno all’inizio. Notando come non solo non si rischi più nulla e inventare qualcosa, o solo aver il coraggio di provare a fare delle cose, sia sempre prerogativa di pochissimi. Ma anche che il proseguire tutti a fare la stessa cosa che fanno gli altri, rimanga ancora adesso la via maestra. Ho parlato male delle webze che dopo 20 anni seguono sempre lo stesso metodo: news, rece, interviste, report. A questo si è affiancato l’amarcord (oramai obbligatorio visto che con tutto fermo di che minchia vuoi parlare?) e le dirette su Instagram con gli artisti.

Ma mai che una redazione (perdonatemi, i collaboratori esterni di una webza) si trovino CON REGOLARITA’ per dare notizie, informare, discutere col pubblico, scambiarsi opinioni. Come se ci sia ancora un blocco tremendamente complicato da aggirare che vieti determinate attività editoriali.

A parte questo, in queste settimane sono riuscito a riprendere in mano Musicologia (che è ancora presente per intero a quest’indirizzo, magari con qualche buco da html oramai sputtanato vista la mancanza di possibilità nell’effettuare regolare manutenzione), approfondire l’almanacco e integrare una marea di dischi nuovi con data d’uscita e tutto il resto. Ho anche trovato il tempo per trasporre sul podcast il format dei Concerti Memorabili e di fare un paio di live per trattare i dischi di Musicologia in maniera attuale e contemporanea.

Non so bene cosa lo faccia a fare, diciamo che permane in me la necessità di fare la pisciatina territoriale. In modo che quando poi qualche mitomane mi accusi di copiare le sue esagerate idee (in molti casi vecchie di anni, tanto quanto le mie dopo tutto), possa sempre dirgli “Ah sì, lo avevo fatto già in quest’occasione, bravo ottima idea”.

About the author

JC

Classe 1980. Giornalista pubblicista dal 2005. Digital Strategist e Papà Metallaro dal 2012. Malato di Musica da sempre. Ho lavorato per Onstage Magazine (2011-2020) e fondato Outune.net (2006-2016).

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